Articolo di
Mario Raciti

Illustrazioni a cura di
Mario Raciti

Bibliografia consigliata
W. DAVIS, Gli uomini della Frontiera (Idealibri)
R. ADAMS, Il cowboy (Feltrinelli)
A. PALEARI, I pascoli dell'inferno (Fratelli Fabbri)
H.J.STAMMEL, Il cowboy. Leggenda e realtà (SEI)
J.LEWIS, Alla conquista delle Grandi Praterie (Piemme)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


IL COWBOY

Gli esordi
Il cowboy è all'unanimità considerato il personaggio che identifica univocamente il Far West. Cioè, il cowboy E' il West.
L'origine e la diffusione del nome devono probabilmente essere ricercati in Europa, più precisamente in Irlanda, e a partire dall'anno 1000, quando nasce per identificare coloro che, in generale, accudiscono il bestiame. Ciò continuerà almeno fino al 1640 quando Oliver Cromwell trasferisce i prigionieri di guerra irlandesi oltre l'Atlantico.
Qui, si diffonde soprattutto in Virginia, Georgia e Carolina dove, dal 1750, identifica gli accompagnatori delle mandrie di bovini.
Da lì al West le strade (cronologiche e geografiche) non sono molto lunghe e così, a partire dal 1835 (anno d'inizio della rivoluzione Texana), questo mestiere e il conseguente nome iniziano a mettere in moto il mito della conquista del West, che raggiungerà il culmine alla fine della Guerra di Secessione, quando si sviluppa un enorme bisogno di carne, soprattutto all'Est.
Questa "evoluzione" che ha come origine l'Irlanda si mischia però con quella spagnola e, sebbene di quella nord-europea non si può essere certi, di quella iberica se ne è parlato e confermato.
Quindi il nome "cowboy" (che come tutti sappiamo è l'unione delle parole inglesi "cow", mucca e "boy", ragazzo - quindi "ragazzo mucca" o, molto più correttamente, "guardiano di mucche") è sicuramente nato dall'inglesizzazione della parola "vaquero", che invece identificava i mandriani messicani provenienti dalla Spagna attraverso le varie spedizioni che si sono succedute a partire dalla scoperta dell'America.
Furono dunque i vaqueros a dare vita e ad influenzare non solo il nome, ma anche il mestiere, il modo di vivere, l'alimentazione, la musica, l'abbigliamento, che il cowboy erediterà da essi, insieme alle varie attrezzature e al tipico gergo.
Precisiamo, per onor di cronaca e per approfondimento oltrechè per curiosità, che furono sempre queste spedizioni spagnole (spesso capeggiate da "Conquistatori"), a portare e ad iniziare ad allevare quella razza di bestiame che, col tempo e con gli incroci, diventerà il famoso "longhorn".

Attrezzi spagnoli
Dicevamo dunque che il cowboy è parente molto stretto del vaquero da cui ha ereditato i vari «ferri del mestiere».
Partendo dal lazo, scopriremo le caratteristiche e le funzioni di questi attrezzi.
Il lazo: usato dai mandriani per catturare e tenere fermi i vari capi di bestiame, il suo nome originale è «reata», ma in anglosassone prenderà il nome di «lariat». Le «chaparreras» non sono nient'altro che i gambali di cuoio che i cowboy indossavano sopra i pantaloni per proteggersi dagli sterpi della prateria e che chiamavano «chaps» (a sinistra, e in basso). Il cavallo (più precisamente il cavallo selvaggio), che in messicano veniva chiamato «mestengo», nel gergo del cowboy si chiamava (e si chiama tuttora) «mustang». Anche il luogo in cui i cowboy passavano le giornate quando non impegnati con il trasferimento di una mandria deriva dal messicano: «rancho» diventava così «ranch».
 


           
Due tipi di chaps, molto usati per proteggere le gambe dagli arbusti della prateria
 


Quotidianità
La vita quotidiana del cowboy era molto dura. Dall'alba al tramonto, per 25 dollari al mese, il suo lavoro non aveva mai fine, ma anche in pieno lavoro esso aveva una vita privata. In questo paragrafo vedremo la quotidianità di un mandriano: come viveva, cosa faceva, cosa indossava e cosa mangiava.
La mattina doveva alzarsi prima dell'alba e, dopo essersi vestito e bevuto un caffé, iniziava a dirigersi verso il corral, dove lo attendeva il suo lavoro. Quando non erano in progetto trasferimenti di mandrie, il suo lavoro consisteva nel raduno e nella marchiatura del bestiame.
Solitamente avvenivano due raduni (round-up, foto sopra) l'anno: uno in primavera e l'altro in autunno.
Durante questi round-up, che potevano durare anche alcuni mesi, i cowboys dovevano radunare il bestiame, marchiarlo, scegliere i capi migliori sia per l'accoppiamento che per la vendita, dividere il bestiame adulto da quello non ancora "maturo", assegnare i cuccioli perduti alla madre, raccogliere il bestiame dispersosi, castrare i capi non adatti come monta, addestrarne alcuni come capi-mandria e dividere gli armenti degli altri ranch che, durante i pascoli, potevano sconfinare e mischiarsi con altri.
Durante i periodi "morti", tra un round-up e l'altro, i cowboy vivevano la giornata svolgendo i più diversi lavori al ranch: così non era raro vedere chi tagliava il fieno, chi puliva le stalle, chi aggiustava il corral e chi si dava da fare per tenere in ordine i carri e i finimenti.
Tutti questi erano lavori che ogni cowboy odiava: la sua vita era lungo la pista, non in mezzo ad un campo di spighe o erbacce con una falce in mano.
Tuttavia, alcuni ruoli, all'interno di quello comune del cowboy, erano davvero massacranti: parlo del Wrangler e del "Border Ranch Keeper".
Il primo era il cosidetto "radunatore di cavalli": si alzava la mattina alle quattro e aveva il compito di recuperare i cavalli lasciati al pascolo.
L'altro, invece, era il lavoro più massacrante di tutti: il "Border Ranch Keeper" aveva il compito di sorvegliare i confini della proprietà, senza però ritornare al ranch una volta finito il lavoro. No, egli viveva in una misera baracca completamente isolata dal resto del ranch, e vi viveva da solo per tutto l'inverno. Doveva procurarsi il cibo e la legna da solo, e non poteva tornare dai suoi compagni prima della fine della stagione.

I cowboy vivevano in una baracca separata da quella principale in cui abitavano padrone e famiglia. Questa costruzione, chiamata "Bunkhouse", era un vero e proprio inferno in quanto era spesso sovraffollata e al suo interno aleggiavano tutti i tipi di puzza possibile. Per questo tutti i cowboy, nessuno escluso, preferivano dormire sotto le stelle.

 



Round up, processo di raduno e gestione del bestiame
 


Solitudine
La vita quotidiana del cowboy, non era dura solamente perchè il lavoro richiedeva moltissimi sacrifici. Era dura anche perchè l'ambiente in cui era costretto a vivere e lavorare era senza dubbio uno dei più ostici e logoranti che un uomo poteva sopportare.
Anni e anni passati in mezzo al nulla, all'interno di un paesaggio sconfinato, pieno solo d'erba e silenzio, avrebbero distrutto anche il più forte tra tutti gli uomini. E così succedeva anche al cowboy. Cronache e testimonianze dell'epoca ci narrano spesso di cowboy letteralmente impazziti per via della completa solitudine in cui erano costretti a vivere. Guardando fuori, e notando le vaste e silenziose praterie, il cowboy sentiva spesso il bisogno di liberarsi da quell'angoscia, piangendo e urlando. Era uno dei tanti modi per sfogarsi. Molti tuttavia sapevano resistere, ma soprattutto si abituavano a tali condizioni d'esistenza.

Alimentazione
A causa del tipo di lavoro che svolgevano, tipicamente duro e faticoso, i cowboy avevano bisogno di una alimentazione robusta e nutriente. Per questo i fagioli sono spesso accostati alla loro epoca, e a ragione. Alimento completo di tutto, i fagioli erano i legumi più diffusi in tutto il Sudovest, e quindi, insieme alla carne, erano il cibo preferito. Cucinati a stufato, oppure al forno, o fatti in purè, i fagioli garantivano al cowboy il giusto apporto di calorie per affrontare la dura vita sulle piste.
Ma il menu del cowboy non era fondato esclusivamente su questi legumi. A pari merito con essi c'era la carne di manzo, l'unico alimento che al ranch non mancava mai. Veniva cucinata in tutti i modi: sotto forma di bistecche fritte nel grasso, a stufato con patate, verdure e salsa, arrosto nel "dutch-oven" (tipica pentola da cucina che permetteva una cottura simile a quella di un forno semplicemente mettendola sul fuoco del bivacco). Anche le patate erano uno degli alimenti principali e venivano mangiate fritte, con uova e cipolla, arrosto, bollite.
Nel chuckwagon, inoltre, non mancava mai il lievito madre. Tenuto al caldo, come richiedeva, era indispensabile per preparare pane, focaccine e tortillas.
Infine, c'era un tipico stufato preparato dal cuoco: era il "Son of a bitch stew", letteralmente "stufato figlio di puttana", consistente in interiora, cervello e lingua del vitello aromatizzate con spezie e patate.

Tenuta da lavoro

Vivendo la maggior parte della sua vita a cavallo e in mezzo alle privazioni, sia naturali che fisiche, il cowboy aveva ovviamente bisogno di una «tenuta» da lavoro comoda e allo stesso tempo resistente. Per questo si muniva del classico cappello a falde larghe, il famoso Stetson: il modello Carlsbad era il più usato, poichè resisteva a tutti i fenomeni naturali. Ma non solo: aveva anche ulteriori funzionalità. All'occorrenza poteva essere usato come "contenitore" per l'acqua (utile per esempio per abbeverare il cavallo), come riparo dal sole durante i (rari) pisolini o come "finimento", dal momento che poteva venir usato per incitare il cavallo, dandogli colpetti col cappello sul naso.
Poi c'era l'immancabile fazzoletto da collo. Di solito era di seta, dai colori più sgargianti possibili (uno di essi sopravvissuto fino a noi e conservato al "Buffalo Bill Historical Center" di Cody, Wyoming, è di colore rosa con pois fucsia!). Anch'esso era adatto a mille usi: come straccio, imbevuto d'acqua; come laccio, nel caso di qualche ferita; come protezione, davanti al naso e alla bocca durante le tempeste di sabbia.
La camicia, di flanella, era anch'essa davvero molto resistente, e veniva sempre accompagnata da un robusto gilet (o panciotto) con molte tasche. I pantaloni, pure essi di flanella, anche se all'epoca si era sviluppato il denim, erano molto durevoli considerando la vita che conduceva il cowboy, forse perchè erano a loro volta protetti dai già citati chaps, di cuoio o di pelle di pecora.
Gli stivali erano uno degli indumenti più scomodi. Venivano privilegiati i modelli con il tacco alto e la suola profonda, che permettevano al cavaliere, nel caso di una caduta da cavallo, di non rimanere impigliato nelle staffe. I vaqueros più esperti, e soprattutto quelli che vissero e lavorarono alla fine del secolo, portavano stivali ornati in modo magnifico, con intarsi d'argento e cuciture audaci. Gli speroni, adattamento naturale, venivano sempre tenuti allacciati ma quasi mai usati. Ricordiamo che essi non servivano per punire il cavallo ma solamente per controllarlo meglio. E ricordiamo anche che il cowboy, sotto i vestiti, indossava il "long-john", una specie di pigiama tutto d'un pezzo (quello di Super Pippo, per intenderci!), che si indossava e si toglieva attraverso una apertura sul collo. Non veniva mai tolto, neanche durante i bisogni, espletati tramite una apertura nella parte del fondoschiena munita di due bottoni.
Infine, la sella era l'oggetto più caro al cowboy, che spendeva anche la paga di un mese per comprarsela. Indispensabile per il lavoro, pesava intorno ai 20 chili (da 18 a 22, per l'esattezza) e, come gli stivali, veniva ornata con diversi intarsi e cuciture, preferibilmente di argento. Pratica che i vaqueros, come tutte le altre, tramandarono ai cowboy americani. Sulla sella spesso era presente un grosso anello di metallo, che serviva ad attaccarci un Winchester, purchè munito anch'esso dell'"anello da sella".

 





Alcuni esempi di cowboy: notare soprattutto l'abbigliamento
 


Lungo la pista
Le giornate sulla pista non erano certamente tranquille e semplici come si può portare a credere. Spingere una mandria di migliaia di capi attraverso praterie, canyons, fiumi e boschi non era sicuramente una passeggiata.
Alla partenza per il lungo viaggio, i componenti della spedizione (cowboys e bestiame) prendevano ognuno una precisa posizione. Prima di tutto veniva la mandria. Poi, davanti ad essa, si posizionavano i cowboys con più esperienza e il capo dei mandriani: essi avevano il compito di tracciare il percorso per arrivare a destinazione; ai lati della mandria c'erano le cosiddette "ali", di solito due o tre per ogni lato: avevano il compito di chiudere la mandria per farla rimanere unita ed evitare fughe di alcuni capi; dietro, in coda alla mandria vi prendevano posizione i cowboys "novellini", quelli con poca esperienza. Il loro però era il lavoro più duro perchè erano costretti a respirare la polvere che il bestiame alzava e recuperare i vitelli più riottosi che si allontanavano. Molto più indietro c'era il wrangler con i cavalli di scorta e il carro del cuoco. Questo però in tarda mattinata e in tarda serata passava avanti per permettere al cuoco di scegliere il luogo per accamparsi, possibilmente vicino a qualche corso d'acqua e preparare la cena (sotto, sosta per il bivacco).
I primi 3-4 giorni di viaggio si procedeva a circa 40 miglia al giorno, ma dopo la velocità si stabilizzava a 15 miglia. Il viaggio di solito non durava meno di un mese e mezzo-due mesi.
Durante il lungo cammino, i pericoli non mancavano. Si iniziava quando la mandria doveva guadare un fiume. L'odore dell'acqua, che le bestie riuscivano a sentire anche a km di distanza, spesso faceva innervosire la mandria, che si buttava a capofitto nelle acque. In queste situazioni, i pericoli erano numerosi: i capi che si buttavano nel fiume potevano anche non farcela ed annegare, così come i cowboy che nel tentativo di recuperare i capi che si disperdevano potevano essere trascinati dalla corrente del fiume.
C'era poi sempre il pericolo di attacchi indiani e di banditi. Tuttavia, nel primo caso la mandria poteva continuare lungo la pista previo pagamento agli indiani di alcune bestie.
Quando invece il gruppo veniva assalito dai razziatori, di solito del bestiame rimaneva ben poco.
Il pericolo maggiore era però lo stampede, la fuga generale della mandria spaventata. Causa dello stampede poteva essere qualsiasi: da un serpente che strisciava tra le zampe dei vitelli ai lampi nei giorni di pioggia, dal rumore del vento a quello di un fazzoletto sbattuto, dal nitrito di un cavallo all'odore di animali selvaggi. Per calmare la mandria imbizzarrita e fermare lo stampede, i cowboy dovevano circondare i longhorn e costringerli a girare in tondo, fino a quando si calmavano e fermavano. Per far ciò, i cowboy sventolavano i fazzoletti e i cappelli e sparavano colpi in aria per incitare gli animali. Quelli che non riuscivano a fuggire e si trovavano di fronte la mandria in fuga, campavano ben poco sotto gli zoccoli dei vitelli. Una volta, come testimoniava un vecchio cowboy, durante uno stampede uno dei cowboy si ritrovò di fronte gli animali e quel che rimaneva di lui dopo il loro passaggio era buono solo "come carne da salsicce".
Molti giovani cowboy provocavano apposta la fuga, ma se scoperti rischiavano addirittura la vita.
Per evitare dunque che le bestie si innervosissero, i cowboy di guardia le tranquillizzavano suonando l'armonica e la chitarra, per far sì che gli animali sapessero della presenza accanto a loro di amici e non di nemici. Da queste "suonate" sotto le stelle nacque la musica Country, "quella dei cowboy".
Ma i pericoli, durante le soste, non si limitavano solo agli stampede. Anche la natura circostante, e i loro abitanti, potevano giocare brutti scherzi ai cowboy.
Uno per tutti erano gli animali: scorpioni, serpenti a sonagli (crotali), orsi. I primi erano forse i più pericolosi: di dimensioni variabili, ma in generale molto piccoli, proprio per queste caratteristiche potevano infilarsi dappertutto, e pungere un cowboy; la loro puntura spesso non aveva serie conseguenze, ma era tuttavia molto dolorosa, così come il morso dei serpenti; per evitare complicazioni, la ferita veniva cauterizzata. Spesso i cuochi preparavano misture "della nonna", che avrebbero dovuto alleviare il dolore del malcapitato... ma non si hanno notizie certe dei risultati...
Per prevenire possibili sorprese da questi animali, quindi, il cowboy, prima di stendere la coperta controllava il terreno e, la mattina, gli stivali, dove i pericolosi animali avrebbero potuto nascondersi o rifugiarsi alla ricerca di un pò di calore. Tra gli altri pericolosi animali, si annoverano anche tarantole della prateria, millepiedi e puzzole, che con il loro morso - oltre al loro odore - potevano trasmettere malattie, essendo tra l'altro anche idrofobe.
Insomma, per il cowboy non c'era un attimo di tranquillità nemmeno durante le soste!

Le soste per i pasti esigevano un comportamento corretto durante di esse. Per meglio comprenderlo, ecco una chicca, il "Galateo del cowboy durante i bivacchi" (detto anche "Galateo del Chuckwagon").

 



Riposo per i cowboy. I bivacchi per i pasti erano gli unici momenti di rilassamento
 


IL GALATEO DEL CHUCKWAGON (O GALATEO DEL COWBOY DURANTE I BIVACCHI)
Nessuno deve mangiare fin quando non lo dice il cuoco
• Quando il cuoco chiama, ognuno deve accorrere
• Il cowboy prima mangia, poi parla
• E' consentito mangiare con le mani: il cibo è pulito
• Se un cowboy si sta riempiendo la propria tazza di caffè e qualcuno grida "Uomo alla caffettiera!", il cowboy è obbligato a servire gli altri
• Non prendere l'ultima porzione se non sei sicuro di essere l'ultimo a volerla
• Lasciare il cibo nel piatto è un insulto al cuoco
• Non attaccare mai un cavallo al carro; se si cavalca via, lo si deve fare controvento al carro
• Se ci si imbatte in legna buona per il fuoco da campo, portarla al carro
• Gli stranieri sono sempre i benvenuti

 





Disposizione dei cowboy durante il trasferimento della mandria
 



Arrivo in città
Quando la mandria, dopo il lungo viaggio, insieme ai suoi accompagnatori, entrava in città, era davvero uno spettacolo sorprendente. Spari e grida si levavano nell'aria, e da quel momento, e per tutta la giornata, le strade del paese di trasformavano a festa.
Il cowboy era sempre impaziente di arrivare a destinazione. Una volta giunti al capolinea, esso scendeva da sella e si apprestava a passare tutta la serata a far baldoria.
Prima di tutto, andava in un buon albergo per lavarsi e rendersi presentabile. Mesi sulla pista a mangiar e raccogliere polvere richiedevano almeno un paio d'ore di cura personale. Dal bagno caldo, il cowboy passava alla sedia del barbiere, dove si faceva aggiustare la chioma e lavare e tingere i lunghi mustacchi.
Da lì passava all'emporio della città, dove comprava stivali, cappello e completo nuovi di zecca e più stravaganti possibili.
Così agghindato e profumato andava poi a cenare con uova, ostriche e gelato, nel miglior albergo della città, e dopo di che, finalmente, era pronto a varcare le porte di saloon e bordelli.
Qui si sedeva e, ordinato da bere (whiskey di segale, di mais, o bourbon), iniziava a lanciarsi in una sfida di solito più grande di lui: il gioco d'azzardo. Bari e gambler riuscivano sempre a fregarlo e imbrogliarlo, ma esso sapeva che sarebbe finita così, per questo, per consolarsi della considerevole somma persa (ma non sempre finiva con un fallimento), si lasciava andare alla compagnia femminile.
Il ballo a cui il cowboy si lasciava andare, era davvero da vedere: si muoveva come un pazzo, mentre sventolava il cappello e sparava in aria e ogni suo movimento faceva tintinnare gli speroni e ondeggiare le grosse pistole.
Dopo parecchie ore passate a ballare, la serata finiva nella camera della ragazza prescelta, tra le numerose che i saloon stipendiavano.
La mattina dopo, leggero della paga spesa in bagordi, lasciava la città per ritornare al suo duro ed estenuante lavoro nella prateria.